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Sergio Gotti
La sua lingua visuale oggettivizza processi e struttura della sfera inconscia, archetipi formali, ancestro dell’umanità nei suoi processi metamorfici, fin da quando interrogandosi sul silenzio della meraviglia, su quello dello stupore interiore e su quello dei limiti della ragione, s’impose doni più gravi d’ogni altro fardello, per dare sensi alla vita e giustificarla nell’insostituibile valore con cui s’identifica. Procede infatti dal primordio, e dal principio in cui vita e valore si identificano, la ricerca di Sergio Gotti, fonte a dipanare i grovigli dei miti che gli uomini si donarono per arricchire di sapienza le generazioni in divenire e riutilizzarli come i riferimenti ineludibili.
Nel tempo, infatti, possono dalla mediazione letterale essere elevati a metafora, allegoria, anagogia, perché gli elementi che si chiarificano al senso del divino, proprio dell’uomo, dilatano anche su piani diversi la conoscenza del simbolo. Gotti ama quel sapere con sapore che intende la natura pensante anche nel più sottile filo d’erba. Ordo Ab chao è per lui evidenza che certifica il principio dell’ordine nel cuore del caos, della vita che ferve dentro la vita, perciò non cade nell’errore che sancisce inconciliabile Scienza e Cultura: il mito sciamanico non gli è estraneo: gli appartiene come quello che si è evoluto nella teogonie mediterranee. La luce di Zeus che rapisce Europa è per lui conquista di civiltà, ma è sempre il sacro uccello di Athena, che balza armata da cervello del padre, a chiarirgli che la sapienza è più alta degli dei che transitano nelle alterne vicende delle idee sacrali. La civetta cara al sapiente vede nella notte oscura. Chiaramente lo affascina l’armonia dei colori, dei suoni, delle geometrie che nei ritmi generano suoni: le Muse sono divine specialiste, ma mai si separano dove ogni arte culmina nell’armonia che è anelito espresso dalla bellezza da sempre vagheggiata.
L’artista ama il ritmo, sa la maschera-carrozzeria, legge negli ingranaggi più macchinosi il riflesso dei moti che sono oltre i cieli che celano; attesta la presenza dell’uomo, a immagine e somiglianza, nel grumo dell’humus profondo e nei più elevati profili montani. Di qui il rispetto della natura e dell’umano valore. La sua arte è distante solo dalla ragione tradita e dalle belve umane che danno misure di quel tradimento. Gotti è consapevole del fascino della grammatica generativa che viene esplicitandosi in struttura modulari: diventano nomenclature cromatico-tonali vissute con sensibilità orfica e numero pitagorico. Tutto questo nella giusta consapevolezza che i sapienti inventori dei simboli li proposero alle menti elette, affinchè potessero coniugarsi agli archetipi evocati.
A cura prof. Angelo Calabrese