La necessità, ecco un elemento decisivo se si vuole capire l’arte di Berto. Per recuperare il bambino perduto in se stesso, Berto non ha scelto fra diverse possibilità messe a disposizione: non ha potuto fate altro che diventare artista. In un mondo dell’arte in cui la necessità è diventata purtroppo un’opzione trascurabile, sorprende notare quanto per Berto l’arte sia sempre stata una necessità esistenziale, dalla quale non può prescindere, indispensabile. Se ne era accorto Guttuso, sottolineando l’incontrollabile desiderio di esprimersi del giovane Berto. Ecco perché il Polesine di Berto non è una trascrizione letterale o poetica, ma un campo dell’immaginazione la cui dimensione possiede un carattere più assoluto di quanto non potrebbe essere quella circoscritta soltanto a una certa terra o una certa cultura: tutti abbiamo un nostro Polesine da recuperare, un’originaria purezza di sentimento e di immaginazione che abbiamo compromesso col passare del tempo, un bisogno di piacere totale, senza limiti, come quello che avevamo contemplato durante l’infanzia.
Ecco perché l’arte di Berto non ha una funzione “terapeutica” e maieutica solo per l’autore, ma per chiunque si accosti ad essa: è necessario riattivare i meccanismi primari della nostra infanzia, gli stessi con i quali ci accingevamo a “lavorare” giocando o a riconoscere la veridicità di un’improbabile fiaba, per stabilire con essa il giusto contatto. Ha ragione Berto, siamo tutti vecchi, non solo lui, ma solo perché ci siamo dimenticati di essere stati bambini. Se è vero che la maturità di un uomo non è altro che il “recupero della serietà con cui il bambino gioca”, come ha detto giustamente Nietschze, Berto ci invita a prenderne atto con quello che in tal senso rimane il “gioco dei giochi”, l’arte.
Vittorio Sgarbi
L’arte come necessità esistenziale Berto
(Opere Recenti Volume I 2003)